Nel quarto episodio di "Fenomeni", condotto da Luca Toni su Prime Video, è stato Alessandro Nesta l'ospite d'eccezione della puntata. Uno dei difensori più forti italiani si è lasciato andare in una lunga intervista tra i ricordi come giocatore della Lazio e del Milan fino all'addio al calcio giocato. 

Gli inizi in biancoceleste

Gli inizi con la Lazio? Foto da mettere tra le “chicche”. Noi vivevamo in un quartiere periferico di Roma, a Cinecittà, quartiere molto romanista. Noi eravamo i Nesta, eravamo solo noi i laziali. Io giocavo nel Cinecittà, affiliato alla Roma, mi chiesero di andare alla Roma, ma mio padre si è rifiutato. Noi eravamo i Nesta, nel palazzo eravamo segnati. In famiglia erano tutti malati di Lazio. Sono sempre stato laziale, mi avrebbero “menato” a casa se non lo fossi stato (ride, ndr). Ho fatto tutta la trafila alla Lazio fino alla Primavera. Ero attaccante, non arrivavo mai. In Primavera Mimmo Caso mi mise terzino, che era già uno scempio, per me il fondo non arrivava mai. Poi mister Zeman mi disse “tu fai il centrale” e mi ha cambiato la vita. Rotto la gamba a Gascoigne? Paul veniva carico, io ero un bambino, avevo 16 anni, mi ha dato due legnate e mi ha fatto volare, poi alla terza sono andato forte per prendere la palla e ho spaccato tutto. Quando Gascoigne è tornato dopo sette mesi ho pensato “ora mi mena”, invece mi ha regalato una canna da pesca, perché era quello che ha trovato nel cofano della macchina (ride, ndr), poi un paio di scarpe. Abbiamo fatto pace.

Anno 1997/99, “L'alba di una grande Lazio”

Questa foto la metterei ne “Il cielo con un dito”. Sono le prime cose che ho vinto con la Lazio, la Coppa Italia, il primo trofeo che ho vinto. Da trent'anni che la Lazio non vinceva. Battiamo il Milan, io segno il goal decisivo, ero un bambino, e vinciamo la Coppa Italia. Per me è stato il trofeo più bello in assoluto. Vinciamo la Supercoppa europea, poi perdiamo la finale di Coppa UEFA, ma abbiamo poi vinto lo Scudetto e due Coppe Italia. L'alba di una grande Lazio? Arrivò il presidente Cragnotti e iniziò ad investire su giocatori forti. Nessuno aveva capito che eravamo così forti. 

Una squadra di futuri allenatori, si sapeva già? Il Cholo si, Sinisa no, Simone (Inzaghi, ndr) no, assolutamente no, perché era attaccante. Siete una razza a parte, se fai l'allenatore devi pensare alla squadra, invece se vinciamo e voi (attaccanti, riferendosi a Luca Toni, ndr) non fate goal, andate a casa con il muso (ride, ndr). La maggior parte sono così. 

L'addio alla Lazio, "Arrivederci amore, ciao"

L'addio alla Lazio lo inserirei tra i momenti dimenticabili. Contro la Roma è stata la peggior partita della mia carriera (il derby di ritorno perso dalla Lazio per 5-1, ndr), sia quando ero in campo che al termine del primo tempo quando sono uscito. Quella partita mi ha cambiato la vita. Da lì ho messo qualcosa di diverso quando giocavo, mi ha fatto crescere. È stata la prima batosta che ho preso nella mia carriera. Ho capito che il talento non basta serve qualcosa in più. Immaginavo che quello fosse il mio ultimo anno, erano 8 mesi che non prendevamo lo stipendio, il club era a pezzi, aveva tanti debiti. Era un anno difficile, all'inizio pensavo di andare all'Inter, perché avevamo parlato con il club. Il Real Madrid? L'anno prima mi contattò, ma rifiutai, perché volevo giocare alla Lazio. Avevamo vinto lo scudetto noi, poi l'anno dopo la Roma, mai una gioia (ride, ndr), così non te lo godi nemmeno. 

Sono andato via male, questo è stato il problema, sono dispiaciuto. Io penso che avrei fatto come Francesco (Totti, ndr), noi cresciamo lì, con questa fissa, poi negli anni nostri si guadagnava bene sia alla Lazio che alla Roma, perciò stavamo bene a casa nostra. Poi c'è stato il tracollo. Lasciare la Lazio è stato un trauma, è stato durissimo, noi sarei mai voluto andare via. La gente era molto attaccata a me, è stato una delusione, non volevo darla ai tifosi. 

Se quel derby ha cambiato il rapporto con i tifosi? Un po' si, con qualcuno, quella settimana è stata dura, la domenica si è giocata Lazio-Roma, e il sabato (il giorno prima, ndr) mi hanno convocato in sede per dirmi che me ne dovevo andare. Io l'ho presa male e c'è stata la reazione di quando ho chiesto il cambio al primo tempo, ma mi sono pentito, non lo farei mai più, mi butterei piuttosto nel fuoco. L'avevo presa male, ero deluso da me stesso. Ho fatto il ragazzino. Ho sbagliato. Mi ha fatto bene. 

L'intervista completa

 

 

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